La sanità pubblica non è funzionale a Napoli. Non lo è quasi mai stata negli ultimi 60 anni e oggi ancor di meno. Inaccettabili i tempi di attesa per una visita e a fornire i dati sono le organizzazioni sindacali.
La sanità a Napoli alla deriva: liste di attesa bibliche per una visita

Secondo la Ugl, come riporta Cronache di Napoli, per una visita cardiologica in una struttura pubblica bisogna aspettare dai due ai quattro mesi; sei mesi per una mammografia, tre mesi per una visita dermatologica. Per non parlare di Tac o risonanze magnetiche per le quali i tempi d’attesa sono biblici.

Colpa della mancanza di personale e molti reparti chiusi. Questo atteggiamento ingrassa però i privati che riescono a fornire lo stesso servizio in meno di un’ora. In una città, in un paese, dove il cittadino paga profumatamente le proprie tasse per avere un servizio sanitario adeguato, è diventata una situazione assurda e critica.

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Più controlli, più voglia di lavorare da parte del personale sanitario migliorerebbero leggermente le cose anche se si è in attesa dell’apertura di una nuova struttura nella zona orientale della città. Tuttavia in ogni ospedale, soprattutto a Napoli, dovrebbero istituire uno staff di controllo per vigilare sul modo in cui i pazienti vengono accolti, soprattutto al Pronto Soccorso.

Gli anni passati, sotto la guida di Stefano Caldoro alla Regione, fu inaugurata la maxistruttura ospedaliera nella zona orientale della città. Una struttura che non ha ancora aperto. Terminata dal punto di vista edile ma non organizzata nel personale di lavoro. Con Vincenzo De Luca, intanto, si susseguono le date della nuova inaugurazione e l’ultima utile annunciata è gennaio 2017.

Una organizzazione della sanità pubblica in tali difficoltà non l’avevamo mai vista e la colpa è sempre di una cattiva gestione e controllo su quanto accade nella città. Tuttavia gli sbagli, come al solito, ricadono sul cittadino che nella maggior parte dei casi ha bisogno di cure urgenti che tardano ad arrivare costringendolo a scegliere strutture private rendendo ancora più precaria la propria situazione economica.

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