Gli “esposti”, storia di un abbandono e le pene dell’anima di una mamma

"Esposti", una storia di sofferenza di una mamma che abbandona il proprio figlio appena nato.

…vogliono solamente stare vicino a quello che hanno amato. È questo che li trattiene qui. E’ questo che vogliono…“. Fragile di Jaume Balaguerò.

Gli “esposti”, storia di un abbandono e le pene dell’anima di una mamma

La ruota degli Esposti è una storia nota in tutta Europa e in particolare a Napoli dove il fenomeno prese piede. Esiste ancora oggi, anche se in un “modello” avanzato, ma lo strazio dell’abbandono, nei secoli, è rimasto tale. Vi siete mai immedesimati nello stato d’animo e la disperazione di una donna che è costretta a rinunciare al figlio appena nato?

Il racconto di Assunta Mango e Marco Fiore, tratto dal libro “Napoli Esoterica”edito da Zaccaria, vi catapulta in quello stato d’animo. Il fenomeno degli “esposti” raccontato in maniera non “didattica”, vi consentirà di vivere le pene dell’anima di una donna dal punto di vista di un’esperienza difficile lontana dai “numeri” demografici che la storia spietata sottolinea senza tener conto delle emozioni.

Partendo da una storia e da fonti sicure come “a voce ‘e popolo” ecco la storia firmata Assunta Mango.

Gli esposti

Il cuore le batteva all’impazzata e il fiato le mancava. Lungo la strada continuava a correre e a guardarsi indietro, con il timore che qualcuno la stesse seguendo. Sembrava un malvivente intento a non farsi scoprire e così rasentava i muri, e si riparava nel buio dei portoni dei palazzi per assicurarsi di essere sola.

Loro sapranno cosa fare“, si ripeteva a voce bassissima, quasi in un sussurro. Il rimorso era grande, ma ancora più grande il dolore e la miseria. Procedeva spaventata; ed ogni benché minimo rumore la faceva sobbalzare e il cuore le batteva più forte, ma la via era deserta.

La notte era gelida e lo scialle logoro che avvolgeva la sua esile figura, ben poco la proteggeva dal freddo. Strinse più forte il fagotto che portava tra le braccia ed accelerò il passo; le sembrava che il suo peso aumentasse strada facendo.

Finalmente giunse alla chiesa. Così come le avevano raccontato, non esisteva un portone d’ingresso, e le scale davano direttamente in una sorta di piccolo cortile. Si precipitò su per i gradini in una corsa frenetica e non conoscendo il posto, si guardò intorno. Alla sua sinistra scorse l’entrata della chiesa, mentre guardando dall’altra parte trovò “la ruota”. Malferma sulle gambe tremolanti, procedette in quella direzione. Stavolta il passo era lento, come chi, dopo un lungo peregrinare ha raggiunto la meta tanto sofferta. Girò la ruota dal lato concavo; il cuore le batteva ancora più forte di prima. Con delicatezza vi depose la coperta con il suo contenuto, poi si trasse dal petto un pezzo di carta e lo infilò tra le pieghe del fagotto. Si soffermò per qualche istante, quindi, fece nuovamente girare la ruota, tanto da vederne la parte convessa. Per la prima volta, dopo la morte della figlia, avvertì nettamente il vuoto che la circondava. Quell’atto recideva anche l’ultimo legame che aveva con lei. Con le lacrime che copiose le rigavano il viso, e tutto il peso del suo gesto disperato sulle spalle, si lasciò mollemente cadere e scoppiò in un mare di pianto; quando ad un tratto, come avvertendo, la gravità della situazione, il fagottino che era nella ruota, si animò, lanciando urla acutissime che svegliarono alcune delle suore che dormivano al primo piano del convento.

Sempre vigile, anche durante la notte, suor Franca, immaginando cosa fosse accaduto, si diresse direttamente verso la ruota ed aprendo la coperta da cui provenivano le urla, fece capolino una testolina rosa con due grandi occhi neri, che si sgranarono appena ebbero messo a fuoco la suora. Ne seguì una risata sonora e sdentata che riecheggiò nel silenzio della sala. Un biglietto con una grafia quasi incomprensibile accompagnava la piccola:

Il suo nome è Maria. Se vi è possibile, insegnatele a cantare, sua madre aveva una voce celestiale“. Nei giorni che seguirono, il convento fu in fermento. Numerose lettere furono spedite a potenziali famiglie adottive e come per ogni bambino che veniva proposto, altissime erano le speranze.

“E’ davvero carina” disse suor Franca a suor Anna, la madre superiora, mentre le dava la poppata della sera.”Non si affezioni troppo a lei” le suggerì la monaca dall’alto della sua esperienza.

“Per questo convento sono passati tanti bambini e ringraziando il cielo, siamo sempre riuscite a trovare loro una famiglia amorevole. Preghi affinché ciò accada anche per Maria”, e guardando la sua giovane consorella con quale amore avvicinava il volto a quello della bimba e con quali sorrisi e parole dolci la vezzeggiava continuò: “La nostra non è una scelta facile. Abbiamo rinunciato alle gioie del mondo, tra cui la maternità, per dedicarci alla preghiera!” E con delicatezza, le tolse la piccola dalle braccia. “Continuerò io. Vada pure a riposare. Domani sarà lei ad accogliere le prime famiglie”.

La scelta della superiora parve a suor Franca una vera crudeltà, tanto che, trascorsa ormai già qualche ora da quando era andata a letto, non riuscendo a prendere sonno, decise di fare una capatina dalla bimba, giusto per controllare che tutto fosse apposto. Con fare furtivo si affacciò dalla sua stanza nel corridoio. La via era libera. Con passo felpato, e una gran paura di essere scoperta, si avviò senza scarpe alla stanza della piccina che era adiacente a quella della superiora.

Ciò che vide appena ebbe aperto la porta, fu tanto inaspettato quanto pauroso.

Una donna, avvolta in un bianco sudario, era seduta accanto alla culla della bambina, e dolcemente le cantava una ninna nanna.

Lo stupore di suor Franca fu tale, che non riuscì a reprimere il suono che la fece scoprire. La donna nella stanza, si voltò allora verso di lei e alzandosi da sedere, cominciò a fluttuare e fu così che la monaca ebbe la certezza che quella, non era un essere umano. Riavutasi dallo sbigottimento e raccogliendo tutto il proprio coraggio, senza esitazione la suora si lanciò verso la culla per prendere la piccola, ma la misteriosa donna intuendo lo slancio, l’anticipò e con un semplice gesto della mano, fece sollevare la neonata, che cominciò a fluttuare verso di lei, fino ad averla tra le braccia.

Impotente e terrorizzata all’idea che quell’essere volesse portare la bambina con se, la monaca fece l’unica cosa che le venne in mente e così si gettò in ginocchio, e tenendo tra le mani il crocifisso che portava alla gola, con grande fervore cominciò a pregare:”Signore salva la piccola Maria e ricaccia quest’essere negli inferi. Non lasciare che porti con se un’innocente. Ti offro la mia misera vita in cambio della sua. Salvala, ti prego!” E in atto di totale umiltà e sottomissione al volere divino, si gettò in terra con le braccia aperte ed il volto sul pavimento, in attesa che qualcosa accadesse; ed infatti, il fantasma seduto nuovamente accanto alla culla, aveva ripreso a cantare la sua nenia con voce ancora più dolce, mentre la piccola, senza alcun timore guardava quella donna dagli occhi tristi e l’incarnato diafano, muovendo le braccine verso di lei, quasi a volerla afferrare. In quel momento, suor Franca capì. Fu quel meraviglioso canto a farle comprendere. Ad agio si alzò da terra e mosse verso la culla.

“Sei sua madre vero?” chiese timidamente, ma la donna, senza prestarle attenzione, continuò il suo canto.”Domani delle famiglie verranno per vedere la piccola” continuò con lo stesso tono pacato, ed aggiunse: “Non temere, sceglieremo per lei i genitori migliori“. Stavolta il fantasma interruppe il suo canto e guardando la suora dritta negli occhi accennò un sorriso, mentre lacrime vere caddero sul bordo della culla bagnandolo.

Poi, accarezzando la piccola senza riuscire però a toccarla:”Addio amore mio” disse, e poco a poco scomparve. La suora, prese allora la bambina dal lettino e dondolandola le disse: “Veglierà su di te per sempre, non scordarlo mai” e restò con lei fino all’indomani.

Assunta Mango

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