A volte la storia fa un po’ di confusione. Spesso non viene specificato che la “ruota degli esposti” era un’usanza già presente nell’Italia meridionale, in particolare a Napoli, e non si tratta dunque di un “fenomeno” di importazione francese nel Regno Italico.

Storia della “ruota degli esposti” e il primo “Esposito” napoletano

Una ruota degli esposti era già presente a Napoli, nel 1601, presso la Santa Casa dell’Annunziata, una basilica del quartiere Pendino nei pressi di Forcella. Tuttavia in Italia ebbe ampia diffusione tra il 1806 e il 1815, con l’influenza napoleonica sul Regno di Napoli che importò la “Rota Proiecti”, istituita ufficialmente nella maggior parte dei comuni italiani.

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Cos’è la ruota degli esposti? Si tratta di una bussola girevole a forma cilindrica. Fatta di legno, divisa in due parti, veniva utilizzata dalle madri che non potevano allevare i propri figli, riponendo il neonato in questa ruota che assicurava l’anonimato della madre in modo da poter riporre il bambino senza essere vista.

Spesso accanto queste ruote vi era anche una campanella, che una madre, prima di fuggire, suonava per avvertire le suore che si trovavano in queste case di accoglienza dell’arrivo del bambino in modo da potergli dare le prime cure. Nella ruota, venivano inseriti insieme al neonato anche degli oggetti, copertine, monili, documenti, per garantire un eventuale riconoscimento successivo.

Le origini della ruota degli esposti in Italia

Con l’avvento del cristianesimo cambia il destino per i bambini abbandonati. Spesso, nell’antica Roma, venivano lasciati anche per strada, sperando che qualcuno li raccogliesse, ma la maggior parte morivano di fame e freddo. L’imperatore Costantino, nel 315, sancisce che parte del fisco venisse utilizzato per accudire gli infanti abbandonati o per i figli delle famiglie povere. Mentre nel 318 viene istituita la pena di morte per l’infanticidio. Nel VI secolo, invece, Giustinano, punirà anche l’abbandono dell’infante con la morte.

In Italia Papa Innocenzo III, turbato dai ricorrenti incubi in cui apparivano cadaveri di neonati ripescati dalle reti del Tevere, istituì probabilmente la prima ruota degli esposti che nel 1198 fu costruita presso l’ospedale di Santo Spirito in Sassia. Negli stessi anni, ad esempio, in Inghilterra, abbandonare i neonati non era un problema tanto che era facile imbattersi in feti o neonati gettati in discariche o fogne.

Questo fenomeno purtroppo fu male interpretato in tutta Europa. La ruota degli esposti diventò una “soluzione” al problema e nel XIX si assiste ad un aumento demografico esorbitante, così fu messa in discussione la validità della ruota degli esposti.

Emblematico, in Italia, il caso di Milano. Tra la fine del 1845 e 1864 le donne di Milano partorirono 85.267 bambini. Le famiglie di operaie non riuscivano a mantenere 3/4 figli e visto che non vi erano contraccettivi validi non riuscivano a tenere a bada il fenomeno. Un’accentuazione della fecondità delle donne milanesi trasformò la “soluzione” in problema. A metà ‘800 le donne milanesi partorirono in media 13,7 figli contro la media nazionale di 8,4 figli della media nazionale. Ad ogni modo era una regola che valeva nei quartieri più poveri della penisola, come ad esempio a Napoli, dove nella prima metà degli anni ’80 sfiorava una natalità del 50%.

Conventi, ospedali, case di cura, non riuscivano più a gestire il fenomeno e spesso le condizioni in cui versavano i bambini erano pietose. La maggior parte degli esposti moriva di stenti. Così si arrivò ad un’altra soluzione: nel 1867 fu la città di Ferrara a chiudere per prima la ruota fino alla completa abolizione di questa “usanza” dopo il “Regolamento generale per il servizio d’assistenza agli Esposti” emanato dal primo governo Mussolini.

In altri stati europei la ruota degli esposti non è stata abolita. In Germania, ad esempio, è valida fino agli anni 2000, probabilmente deriva dal fatto che il fenomeno in questo paese è sotto controllo. L’Italia, attualmente, ha trovato un’alternativa. Alle partorienti che decidono di abbandonare il figlio viene garantito loro l’anonimato e di essere assistite in ospedale e tuttavia dichiarando lo stato d’abbandono consentono ai Tribunali di avviare tutte le pratiche per l’adottabiità del bambino da parte di una famiglia.

Ad ogni modo il problema dell’abbandono selvaggio e la morte del neonato è ancora presente in Italia, soprattutto per le coppie di clandestini che per la paura di essere scoperti e rimpatriati non si affidano alle cure sanitarie italiane. Per questo motivo la “ruota degli esposti” è stata reintrodotta ma in modalità “avanzata”. A Roma, ad esempio, all’ospedale “Policlinico Casilino” esiste un presidio “Non abbandonarlo, affidalo a noi”, che garantisce l’anonimato dei genitori fornendo assistenza di primo soccorso ai bambini abbandonati.

I cognomi dei bambini “esposti” o “trovatelli”

Ai bambini che venivano abbandonati si davano nomi convenzionali: spesso con varianti da città in città. In alcuni conventi era usanza dargli i cognomi in corrispondenza al Santo del giorno in cui venivano abbandonati. Ad esempio: “Dell’Anna”, o ancora “Dell’Immacolata”, etc. Dunque quasi tutti avevano un significato religioso: Diotisalvi, Diotaiuti, Diotallevi, Servodidio, Acquistapace”.

A Napoli un cognome tipico era “Esposito” (esposto) fatto derivare propriamente dal nome delle ruota. A Firenze invece: “Innocenti o Degl’Innocenti”. A Roma invece la maggior parte dei trovatelli si chiamavano “projetti”, dunque “Proietti”. A Genova invece venivano utilizzati cognomi come: Casagrande, Dellacasa, Dellachà, Della casagrande.

Il primo “Esposito” della storia

In base ai registri dell’epoca, conservati ancora oggi, il primo “Esposito” napoletano fu accolto presso l’Ospedale dell’Annunziata il 1° gennaio 1623 e si trattava di “Fabritio, di anni due”.

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