Origini della filastrocca “Mo’ vene Natale” cantata da Renato Carosone

È una filastrocca che ha origini molto antiche e che rispecchia, perfettamente, quell'emblema tragicomico della famiglia napoletana durante le festività natalizie.

Napoli e i napoletani sono sempre stati pronti ad affrontare i momenti più critici e le difficoltà senza un soldo, anche durante il periodo di Natale. D’altronde “Natale in casa Cupiello”, firmata Eduardo De Filippo, racchiude quello spirito tragicomico che contraddistingue il popolo partenopeo nel mondo.

Origini della filastrocca “Mo’ vene Natale” cantata da Renato Carosone

Ed è così che i napoletani affrontano il Natale. Per quanto possa essere bello passeggiare tra le vie di San Gregorio Armeno, e attualmente, mirare tutte quelle straordinarie luminarie installate nelle vie principali della città, quella vena melanconica di Napoli nessuno può cancellarla. Iniziando dai zampognari che fanno le loro apparizioni dopo l’autunno e quando arrivano i primi freddi.

Napoli è anche questa: affrontare tutto con una canzone, con le tradizioni e magari con una filastrocca. Non è Natale se almeno una volta, ogni napoletano, non intona la conosciutissima ““Nuvena nuvena / mo vene Natale / nun tengo denare / m’appiccio ‘na pippa / e me vaco a cuccà”. Una “poesia” dalle origini antiche e della quale non conosciamo l’autore. In realtà è un frammento di un’antica filastrocca che, in qualche modo, potrebbe avere anche origini sicule: “Mo’ vene Natale e u ttegnu dinari; mi pigghiu a pippa e mi mindu a fumari!“. La cantavano quei vecchietti che vivevano una profonda povertà, ma nonostante tutto erano felici. Intonata da quelle persone ricche di spirito nell’approssimarsi delle feste natalizie, quando tutti si davano una mano e quando la vera amicizia veniva praticata e l’amore non era solo un gioco d’inganni.

Fumari“, in siculo, indica quegli incalliti fumatori di pipa che nonostante la miseria, con queste strofe, riuscivano ad andare avanti accontentandosi di ciò che la vita poteva offrire. Ad ogni modo, l’origine non è certa.

Sono stati forse i napoletani ad esportarla e di conseguenza c’è stato poi un adattamento delle strofe in base ai numerosi dialetti che si parlano dalla Campania in giù. Questa filastrocca, oggi, la cantiamo un po’ tutti e non viene più recitata, ma cantata, da quando nel 1959 l’artista partenopeo, Renato Carosone, decise di musicarla aggiungendo delle altre strofe. Inoltre è facile poterla ascoltare tra i vicoli caratteristici di Napoli proprio in questo periodo.

Vi riportiamo il testo integrale della canzone di Renato Carosone con un grande Gegè Di Giacomo insieme al video in cui potrete ascoltare la musica.

Coro:
Mo’ vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me vaco a cuccà.
Mo’ vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me vaco a cuccà.

Solo:
Mamma, mamma
e damme n’a mano
ca doppo dimane fernesce ‘a semmana
e nun saccio che fa, e nun saccio che fa.

Coro:
Mo’ vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me cavo a cuccà.
Mo’ vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me vaco a cuccà.

Per finire:
E me vaco a cuccà,
e me vaco a cuccà.

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