Capri ha sempre avuto un mare famoso. Da oggi, quel mare avrà anche una cornice di tutela più chiara. Con il via libera definitivo alla Camera, l’isola si prepara a diventare Area Marina Protetta, dopo un iter lungo e spesso rallentato, nato per separare Capri da Punta Campanella e riconoscerle una gestione autonoma del proprio tratto di mare. È una decisione che riguarda i Faraglioni, le grotte, le rotte dei diportisti, la pesca, il turismo e tutta quella parte sommersa dell’isola che, pur senza finire nelle cartoline, tiene in piedi la sua bellezza.
Il punto va precisato, perché sulle parole si gioca molta della notizia. Capri non è la prima area marina protetta d’Italia. L’Italia ne conta già diverse e in Campania esistono realtà consolidate come Punta Campanella, il Regno di Nettuno, i parchi sommersi di Baia e della Gaiola e altre aree costiere protette. Capri sarà la settima area marina protetta della regione. Il primato è un altro, più geografico e forse più interessante: con l’isola azzurra, il Golfo di Napoli diventa il primo in Italia a essere interamente coperto da aree marine protette.
La nuova tutela non significa chiudere il mare, almeno non dovrebbe. Significa regolarlo. Un’area marina protetta vive di zone, limiti, permessi, controlli e compromessi. Ci saranno tratti più delicati da difendere con maggiore rigore e altri da rendere fruibili secondo regole precise. La fase decisiva sarà proprio questa: trasformare una legge in gestione quotidiana, evitando che il vincolo resti una bella formula e che la parola “protezione” diventi, per chi lavora sull’isola, sinonimo di ostacolo.
Capri conosce bene il paradosso dei luoghi troppo desiderati. Tutti vogliono arrivarci, tutti vogliono fotografarla, tutti vogliono un pezzo della sua luce. Poi quella stessa fama diventa peso: barche, rumore, fondali stressati, equilibrio fragile tra economia e paesaggio. La scommessa dell’area marina protetta sta qui, nel dire che un luogo non si ama soltanto visitandolo. Qualche volta lo si ama anche lasciandogli un margine di respiro. E il mare, che a Capri ha sempre fatto da teatro, adesso chiede di essere trattato un po’ meno da scenografia e un po’ più da casa.

