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San Gennaro è più Napoli o più fede?

Tra fede, storia e identità popolare, il rapporto tra Napoli e San Gennaro attraversa secoli di miracoli, paure, ironia e perfino litigi con il santo patrono.

Il sangue, il Vesuvio, le invocazioni, perfino i rimproveri rivolti al patrono: da secoli il rapporto tra Napoli e San Gennaro sembra stare in un territorio tutto suo, dove la devozione religiosa incontra l’identità di una città che con il santo ha imparato persino a discutere.

San Gennaro è più Napoli o più fede?
Foto Facebook: @joritgraffiti

Per capire San Gennaro bisogna forse cominciare da una cosa semplice: a Napoli i santi non sono mai stati soltanto santi. Sono presenze. Hanno quartieri, edicole, processioni, soprannomi, promesse da mantenere. Si ringraziano quando le cose vanno bene e, quando vanno male, qualche volta si rimproverano. Con San Gennaro questo rapporto è diventato qualcosa di ancora più particolare, perché tra il patrono e Napoli nei secoli si è stabilita una confidenza che assomiglia meno alla distanza tra il cielo e la terra e più a quella che esiste tra due persone che si conoscono da troppo tempo per usare ancora le formalità.

Per questo chiedersi se San Gennaro sia più Napoli o più fede non è affatto una provocazione.È probabilmente il modo migliore per capire perché, dopo tanti secoli, una città intera continui a guardare un’ampolla aspettando che qualcosa accada.

Duomo di Napoli

Prima del miracolo c’era un uomo

La storia documentabile comincia molto prima delle folle nel Duomo. Gennaro fu probabilmente vescovo di Benevento e morì martire nei pressi di Pozzuoli intorno al 305, durante le persecuzioni contro i cristiani dell’età di Diocleziano. Le sue reliquie sarebbero poi arrivate a Napoli nel V secolo e il suo culto si sarebbe progressivamente radicato nella città.

Poi comincia quella zona nella quale storia e tradizione camminano insieme, senza necessariamente coincidere. Secondo il racconto tramandato nei secoli, una donna avrebbe raccolto il sangue del martire dopo la decapitazione e lo avrebbe conservato nelle ampolle. Ma le testimonianze scritte sicure sulla reliquia sono molto più tarde. La prima documentazione storica della liquefazione risale al 1389. Ed è già interessante. Perché significa che tra la morte di Gennaro e il documento che racconta il sangue che torna liquido passano più di mille anni. Eppure, invece di indebolire il rapporto, tutto quel tempo sembra averlo rafforzato. D’altra parte le città funzionano anche così. Non vivono soltanto di ciò che possono dimostrare negli archivi. Vivono di ciò che continuano a raccontarsi.

Tesoro di San Gennaro

Un santo con cui Napoli fece addirittura un contratto

Poi arriva il 1527, e qui il rapporto tra Napoli e il suo patrono diventa quasi surreale nella sua concretezza. La città attraversava un periodo terribile: peste, carestia, terremoti, guerra. I rappresentanti dei Sedili di Napoli fecero allora un voto a San Gennaro impegnandosi a costruire una cappella in suo onore. Il patto fu formalizzato davanti a un notaio. In pratica, Napoli stipulò un contratto con il proprio santo. Da quel voto nascerà la Cappella del Tesoro e da quella storia deriva anche la particolare presenza della Deputazione di San Gennaro, organismo laico che ancora oggi partecipa alla custodia del Tesoro e delle reliquie.

A pensarci, è forse questo uno degli episodi che spiegano meglio tutto. La fede normalmente chiede all’uomo di affidarsi a Dio. Napoli, con San Gennaro, volle mettere qualcosa per iscritto. Noi facciamo la cappella, tu pensi alla città. Non proprio una preghiera. Quasi un accordo tra gentiluomini. Ed è difficile trovare un’immagine più efficace del modo in cui San Gennaro è entrato nella cultura napoletana: non soltanto qualcuno da venerare, ma qualcuno che ha delle responsabilità.

Quando c’è di mezzo il Vesuvio

Nel 1631 arrivò un altro passaggio decisivo. Una violentissima eruzione del Vesuvio minacciò Napoli e, secondo la tradizione, le reliquie di San Gennaro furono portate in processione mentre la città chiedeva protezione al patrono.

Il ricordo di quell’evento è ancora oggi legato al 16 dicembre, una delle tre ricorrenze annuali in cui viene attesa la liquefazione del sangue, insieme al sabato precedente la prima domenica di maggio e al 19 settembre. La stessa Chiesa di Napoli definisce quella di dicembre anche il “miracolo laico”. E qui bisogna immaginare cosa significasse vivere per secoli sotto un vulcano senza sapere quando avrebbe deciso di svegliarsi. Oggi abbiamo i sismografi, gli osservatori, i piani di emergenza – in teoria. Per moltissimo tempo c’erano il rumore della terra, il fumo sulla montagna e la necessità umanissima di credere che qualcuno, da qualche parte, potesse mettersi tra Napoli e la catastrofe. San Gennaro occupò anche quello spazio.

Forse è per questo che il rapporto non fu mai soltanto liturgico. Quando a qualcuno affidi la tua casa, i figli, il raccolto e possibilmente anche il Vesuvio, prima o poi diventa uno di famiglia. E ai familiari, si sa, si vuole bene. Ma si fanno anche le rimostranze.

Quando Napoli licenziò San Gennaro

Che il rapporto fosse ormai diventato personale lo dimostra forse meglio di ogni altra cosa quello che accadde nel 1799, quando Napoli fece una cosa che con un santo, in teoria, non si dovrebbe fare: si offese. Erano i mesi della Repubblica Napoletana e dell’occupazione francese. San Gennaro finì, suo malgrado, dentro una faccenda politica molto più grande di lui. I francesi avevano capito quanto il patrono contasse per il popolo e cercarono di trasformare quella devozione in una forma di legittimazione del nuovo ordine. Il sangue si liquefece anche davanti alle autorità francesi e repubblicane. Il problema è che una parte dei napoletani si aspettava esattamente il contrario. Se San Gennaro era davvero dalla loro parte, ragionavano, davanti agli invasori il miracolo non avrebbe dovuto farlo. E invece lo fece.

Il Monitore Napoletano del 9 maggio 1799 registrò una frase che racconta da sola tutta la situazione: “Pure S. Gennaro si è fatto Giacobino!”. Il santo, insomma, era stato accusato di aver cambiato partito. Bisogna fermarsi un momento ad apprezzare l’enormità della scena. Una rivoluzione, un esercito straniero, una repubblica appena nata, i Borbone in fuga. E nel mezzo di tutto questo Napoli trova comunque il tempo di domandarsi da che parte stia San Gennaro.

Sant'Antonio da Padova

Quando le forze sanfediste riconquistarono la città, il 13 giugno, giorno dedicato a Sant’Antonio da Padova, il malumore nei confronti del vecchio patrono trovò anche un sostituto. Le cronache ricordano Sant’Antonio proclamato protettore di Napoli e San Gennaro degradato perché considerato, appunto, troppo vicino ai giacobini. In pratica Napoli licenziò il proprio santo e se ne prese un altro. Per alcuni anni il nuovo rapporto sembrò anche funzionare. Sant’Antonio era amatissimo, del resto, e non era certo un ripiego di poco conto. Ma nella memoria popolare la storia non finisce qui, perché prima o poi nella vita di Napoli si presentava sempre lo stesso problema: il Vesuvio.

Ed è a questo punto che la storia documentata comincia a mescolarsi con il racconto popolare. Secondo una tradizione ripresa anche da Alexandre Dumas, San Gennaro sarebbe stato trattato da traditore, la sua effigie addirittura trascinata via e gettata in mare. Poi, quando un’eruzione del Vesuvio tornò a minacciare la città, fu invocato Sant’Antonio. La lava, però, continuava ad avanzare. E allora Napoli, secondo il racconto popolare, dovette fare i conti con una questione molto concreta: si può cambiare santo per dispetto, ma col Vesuvio non si scherza. Sant’Antonio restava amatissimo. Ma contro quella montagna che da secoli incombeva sulla città, il nome che i napoletani avevano imparato a chiamare era un altro. Così San Gennaro venne richiamato dall’esilio.

La leggenda racconta il recupero della sua statua, il ritorno in processione e ancora una volta il Vesuvio che si arresta davanti al vecchio patrono. Le ricostruzioni non coincidono tutte sulle date e sui dettagli – alcune collegano il racconto all’eruzione del 1804, mentre la tradizione della sostituzione con Sant’Antonio viene generalmente fatta arrivare fino al 1814 – ma il significato che Napoli ha conservato della vicenda è persino più interessante della sua precisione cronologica. Perché racconta che San Gennaro poteva essere accusato, destituito, mandato simbolicamente in esilio e sostituito, ma non veramente lasciato. E forse un santo diventa davvero napoletano proprio quando si scopre che si può perfino litigare con lui, purché alla fine torni a casa.

Dumas capì una cosa: i napoletani litigavano persino con il santo

Quando Alexandre Dumas raccontò Napoli nel Corricolo, dopo il viaggio compiuto negli anni Trenta dell’Ottocento, rimase affascinato proprio da questo rapporto. La sua è letteratura di viaggio, colorita e teatrale, non una cronaca da prendere alla lettera in ogni dettaglio. Ma proprio perché era uno straniero riuscì a vedere qualcosa che a chi ci viveva poteva sembrare normale.

Dumas descrive il Duomo mentre il miracolo tarda. La folla si agita. Le cosiddette “parenti di San Gennaro”, le donne che tradizionalmente invocavano il patrono, lo sollecitano con una familiarità che agli occhi di un francese dell’Ottocento doveva sembrare inconcepibile. Poi il sangue si liquefa e lo scenario cambia: arrivano le lacrime, gli abbracci, il perdono chiesto al santo dopo averlo poco prima quasi rimproverato. È comico soltanto se lo si guarda da lontano. Da vicino racconta una cosa molto seria: si può protestare soltanto con qualcuno dal quale ci si sente ascoltati. Nessuno litiga con un santo estraneo.

Dumas arrivò a sintetizzare il legame con una frase formidabile: secondo lui governi e dominazioni sarebbero passati, mentre sarebbero rimasti “il popolo e san Gennaro”. Aveva capito il punto. Il patrono non apparteneva più soltanto alla storia della Chiesa. Era entrato nella storia politica, sociale ed emotiva della città.

Il sangue che deve sciogliersi

Poi naturalmente c’è l’ampolla. Nella Cappella del Tesoro sono custodite due ampolle contenenti una sostanza che la tradizione identifica con il sangue del martire. In occasione delle celebrazioni, la sostanza contenuta nell’ampolla maggiore può passare dallo stato solido a quello liquido con tempi variabili. Il fenomeno è stato osservato e discusso per secoli e sono state proposte diverse ipotesi scientifiche.

La Chiesa di Napoli, nelle sue comunicazioni ufficiali, parla abitualmente di “prodigio”. Ma probabilmente è proprio qui che la domanda scientifica e quella antropologica prendono due strade diverse. La prima domanda: perché quella sostanza si liquefa? La seconda: perché, dopo più di sei secoli di testimonianze documentate, milioni di persone continuano a interessarsi al momento in cui accade? Sono domande entrambe legittime. Solo che non chiedono la stessa cosa.

Anche qualora un giorno si arrivasse a una spiegazione fisico-chimica universalmente condivisa, resterebbe ancora da spiegare tutto il resto: il silenzio del Duomo, l’attesa, il fazzoletto bianco, l’applauso, le persone che telefonano ai parenti, quelle che non credono ma vogliono sapere ugualmente se “si è sciolto”. E in questo frangente che San Gennaro smette di essere soltanto un fenomeno religioso e diventa un fatto culturale.

Allora San Gennaro è più Napoli o più fede?

Forse la domanda contiene un piccolo inganno, perché nel caso di San Gennaro separare completamente le due cose è quasi impossibile. Per chi crede, San Gennaro è innanzitutto fede: un martire cristiano, un vescovo, un uomo che secondo la tradizione accettò la morte per non rinunciare al proprio credo. Il sangue non dovrebbe essere un oracolo sul futuro della città, ma il segno che rimanda alla testimonianza del martire. E infatti anche dalla Chiesa napoletana sono arrivati negli anni inviti a non trasformare le ampolle in un feticcio o in uno strumento per prevedere sciagure e fortune. Ma San Gennaro è anche Napoli in un senso che supera la pratica religiosa. Lo è per chi entra in chiesa e prega, certamente. Ma anche per chi aspetta il risultato da fuori. Per chi scherza sul ritardo. Per chi sostiene di non credere e intanto, quando arriva il 19 settembre, domanda comunque: “Ma ‘o sanghe s’è sciolto?”

Ed è forse questa la particolarità. Napoli non ha semplicemente adottato San Gennaro come patrono. Lo ha naturalizzato napoletano. Gli ha affidato il Vesuvio, le epidemie, le guerre, le paure e perfino il malumore. Gli ha costruito una cappella, affidato un Tesoro e assegnato una Deputazione. Lo ha pregato, festeggiato, sollecitato e, almeno nei racconti tramandati nei secoli, perfino insultato quando sembrava metterci troppo. È un modo poco ortodosso di trattare un santo. Ma è un modo straordinariamente napoletano di voler bene. E allora, forse, San Gennaro non è più Napoli o più fede. È uno dei rarissimi casi in cui una fede, attraversando i secoli, è diventata anche appartenenza. E un’appartenenza, senza accorgersene, ha continuato a conservare qualcosa della fede. Perché altrove un patrono protegge una città. A Napoli, invece, pare quasi che San Gennaro ci abiti.

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