2 min di letturaSan Giuseppe Moscati: il medico santo dei poveri

"Chi ha metta, chi non ha prenda", il motto del medico Santo che ha speso la sua intera vita per aiutare e curare gli ammalati, i poveri, i più deboli.

Tra i santi ai quali i napoletani sono più devoti, oltre al Santo Patrono, c’è sicuramente San Giuseppe Moscati. Un uomo del popolo, un medico che aveva come unica missione quella di aiutare i più bisognosi. Moscati, infatti, proveniva da una famiglia molto agiata e il suo futuro era già scritto: diventare un ricco e importante luminare della medicina. Destino che però il Santo nato a Benevento rifiutò per un bene superiore, per mettere a disposizione la sua conoscenza e il suo aiuto a favore di quel popolo dimenticato dallo Stato, in miseria, ma che aveva comunque bisogno di essere curato.

Il motto di San Giuseppe Moscati

Oggi le spoglie del Santo sono conservate nella Chiesa del Gesù Nuovo, nell’omonima piazza, insieme ad un altro Santo medico, san Ciro. Accanto alla sua cappella sono numerosi i voti esposti delle famiglie partenopee che cercano conforto nel Santo, chiedono una grazia affidandogli le proprie pene. Nella chiesa sono ancora conservate molte delle sue reliquie ed è ancora esposto il suo cappello: “Chi ha metta, chi non ha prenda“, la frase che racchiude l’essenza di san Giuseppe Moscati e che i napoletani hanno preso in prestito per l’iniziativa del “panaro solidale“, in modo che i più poveri potessero essere aiutati durante la pandemia scatenata dal covid.

Il medico dei poveri

Il medico infatti era solito aiutare chi non aveva la possibilità di pagarsi consulenze mediche e non di rado alla prescrizione di medicine, accompagnava anche del denaro, per consentire a chi non ne avesse di procurarsele. Il Santo era devoto al proprio popolo, o meglio ai malati. Visse tutta la vita per aiutarli e infatti morì in povertà il 12 aprile 1927, in quella casa che condivise con la sorella. Un uomo pio che ancora oggi Napoli ricorda con ardore e devozione. La sua cosa sita in via Cisterna dell’Olio oggi è occupata da una famiglia che ha deciso di lasciare intatta la stanza del Santo.

Giuseppe Moscati fu canonizzato sotto il pontificato di Papa Giovanni Paolo II il 16 novembre del 1987. Della sua bontà anche le sue stesse parole quando la madre parve preoccupata della strada intrapresa dal figlio: “Ma che dite mamma, io sono pronto a coricarmi nel letto stesso dell’ammalato“. Nella Chiesa del Gesù Nuovo, ogni terzo mercoledì del mese, si celebra una messa in onore del Santo e in presenza delle sue reliquie, funzione durante la quale si prega per tutti i malati.

San Giuseppe Moscati: il medico santo dei poveri

San Giuseppe Moscati i miracoli

Tra i miracoli più prodigiosi si contano quelli di Costantino Nazzaro, Raffaele Perrotta e Giuseppe Montefusco. Nazzaro er un maresciallo degli agenti in custodia. Era un uomo in salute fino a quando nel 1923 gli fu diagnosticato il morbo di Addison che lo avrebbe portato alla morte. L’uomo si affidò a San Giuseppe Moscati. Nell’anno 1954, per quattro mesi, si recò presso la cappella dedicata a San Giuseppe Moscati a pregare. Una notte sogno il santo stesso operarlo e il giorno dopo si svegliò completamente guarito. In questo caso i medici non riuscirono a dare una spiegazione all’evento.

Nel 1941 Raffaele Perrotta guarì da una meningite fulminate. Il professore che lo visitò lo accompagnò a Napoli, ma senza speranza. Durante la notte la madre invocò l’aiuto di San Giuseppe Moscati e nel giro di poche ore la malattia scomparve dal corpo del giovane. La diagnosi dei medici fu: “A parte discussioni cliniche del caso due sono i dati incontrovertibili: la gravità della sindrome che faceva prevedere la prossima fine del giovane e l’immediata e completa risoluzione della malattia.

Giuseppe Montefusco, invece, era un ragazzo di 20 anni affetto da una “leucemia acuta mieloblastica”, una patologia che lo avrebbe portato al processo. La madre raccontò a parroco che una notte sognò la fotografia di un medico. Il sacerdote sicuro che fosse Giuseppe Moscati, lo riferì alla donna che il giorno dopo si recò presso la chiesa del Gesù Nuovo per pregare. Il giovane da lì a poco più di un mese guarì, e in quel caso i medici dichiararono: “Nella nostra esperienza sopravvivono ancora oggi da poco più di cinque anni solo 12 pazienti su 1600 casi di leucemia acuta.”